Se il vecchio proverbio è più che mai di moda per via dei cambiamenti climatici, ormai in atto da anni, la sua attualità è assoluta a nord delle Alpi.
Lunedì della scorsa settimana (praticamente otto, dicasi otto, giorni fa) avevamo 34°C, un sole da canicola ti costringeva alla spasmodica ricerca dell’ombra, si viaggiava in T-shirt modello spiaggia, shorts, sandali.
Circa ventiquattro ore dopo i gradi erano scesi a circa 22°C, un paio di pantaloni lunghi risultava abbastanza gradito e un maglioncino leggero, nelle zone ombreggiate, iniziava a diventare una priorità. I più coraggiosi tenevano duro coi sandali, ma più per principio che per effettiva convinzione.
Da ieri la mattina presto ci sono all’incirca 7/8°C, una brezza gelida soffia implacabile anche in presenza di un sole che, in un cielo sgombro da nubi, continuerebbe a fare il suo dovere riscaldando ancora per un po’ questa parte di mondo. Sto resistendo, solo perché guardo in continuazione il calendario e mi dico che siamo solo a metà settembre, alla sempre più pressante tentazione di tirare fuori maglioni pesanti, giacche di pile e stivali. Dico solo che il termostato dell’impianto di riscaldamento scatta sui 20°C e va considerato che la mia casa è una piccola fornace anche quando fuori c’è il gelo.
Ho già avuto occasione di dire che, tutto sommato, e nonostante la mia indole non sia affatto idonea a questi climi, sono una grande sponsor delle estati e degli inverni a Zurigo: a parte alcuni eventi climatici estremi, la differenza media col meteo del nord Italia è di pochi gradi (3/4°C ) e la minore percentuale di umidità (nonché di inquinamento atmosferico) rendono molto più sopportabili sia il caldo che il freddo. Non farei, in tutta onestà, un cambio per tutto l’oro del mondo.
La vera tragedia sono le stagioni di mezzo che, di fatto, non esistono o quasi: in autunno e in primavera la forbice con Milano, per esempio, arriva spesso anche a +/- 10°C. Ciò significa che in questi giorni io vedo in Italia temperature minime di 15°C e massime di 25°C (estate piena, per gli standard svizzeri), mentre qui attendiamo da un momento all’altro il primo fiocco di neve
Ad aggravare l’assai spiacevole situazione si aggiungono le scene di ordinaria follia a cui si è costretti ad assistere uscendo di casa: maree umane che, in considerazione del fatto che il calendario ricorda di essere ancora all’inizio di settembre (dunque ancora formalmente stagione estiva) si ostinano a viaggiare in pantaloni corti, T-shirt (quando non direttamente in canotta modello tropicale) e infradito. I più freddolosi si scaldano (…) con una giacchetta, un maglioncino o un impermeabile – subito archiviato quando il meteo esclude possibilità di pioggia – o, volendo star larghi, una felpa. Taccio, per pudore, su come vedo ridotti i bambini, solo stamattina, per puro miracolo, ne ho visto uno nel passeggino con la giacca a vento.
E ogni volta che incrocio qualcuno ridotto così rischio la crisi di nervi.